NON C’È MESTIZIA DOVE C’È AMORE

da | Giu 18, 2025 | Riflessioni

di Silvano Danesi

Mentre salivo lungo la strada che porta ad un paesino di montagna della Val del Riso per assistere ad un concerto in memoria del giovane Mattia, ventiduenne che ha lasciato questa vita a causa di un tumore, mi ricordavo di quell’altra salita, di alcuni mesi prima, quando, nello stesso edificio polivalente si erano svolti i funerali.

Allora, lungo la strada, campeggiavano enormi cartelli con la scritta: “Scegliete sempre chi per farvi sorridere farebbe l’impossibile”.

I cartelloni li avevano messi gli amici di Mattia, per far conoscere il suo messaggio. Un messaggio di saggezza di un giovane consapevole della prossima fine del viaggio terreno.

Per essere saggi non è necessario essere vecchi.

Quello a cui mi apprestavo ad assistere non era un funerale, ma un concerto organizzato da amici e parenti. Nell’edificio era presenta l’intera comunità di valle. Sul palcoscenico si sono alternati artisti di varia estrazione: i TBO&Co., band reduce dalla semifinale Eurovision di San Marino, Giorgio e Cinzia Sala, Claudio Sirigiu, Simone Foti.

Due ore di canzoni, di applausi, di luci, di festosa compagnia.

Mi chiedevo, essendo poco avvezzo ai concerti di questo tipo, che senso avesse ricordare un giovane defunto in questo modo. La risposta mi è arrivata come un mantra che mi girava in testa mentre scendevo, a concerto finito, lungo la valle immersa nel silenzio: “Non c’è mestizia dove c’è amore”.

Messaggio coerente con quello relativo al sorriso.

E allora mi sono ricordato di quanto scriveva Marie Louise von Franz, allieva e collaboratrice di Jung nel suo: “Il filo di paglia, il tizzone e il fagiolo”: “Si credeva che i grandi saggi e gli alchimisti taoisti letteralmente non morissero; essi spostavano semplicemente la loro psiché nel corpo sottile, il corpo di diamante”. [i]

In altri termini, il corpo di diamante, o corpo di luce, è l’anima.

Marie Louise von Franz, scrive che gli alchimisti “pensavano che il corpo di resurrezione fosse una specie di corpo sottile che si formava lentamente dentro il corpo materiale. […]. Nell’alchimia orientale o cinese – scrive sempre Marie Louise von Franz- il modello di base è simile, soltanto che essi chiamavano il corpo della resurrezione ‘corpo di diamante’”. [ii]

Il diamante è il simbolo del Sé. “E’ un simbolo – scrive M.L. Von Franz – della totalità e dunque del Sé in cui le pulsioni animali dell’uomo si riconciliano con la spiritualità e fanno di nuovo un tutt’uno con essa”. [iii]

Mentre scendevo avvolto dal silenzio della valle, con quella frase che mi tornava nella mente, ho pensato che il giovane saggio, come i saggi taoisti, si fosse spostato nel suo corpo di diamante.

Simboli? Metafore? Allegorie?

No. Realtà. La fisica ci viene incontro. Scienziati italiani hanno creato un ipersolido di luce (fotoni), dalla forma di cristallo, che è, tuttavia, iperfluido, così da non incontrare resistenza e durare in eterno.

Pensavo all’idea antica dei filosofi che avevano considerato la sostanza come il legame tra materia e forma. Il nostro corpo, finché mantiene coerenza, ossia quel legame tra materia e forma, non si disgrega, cosa che avviene con la morte. Come fa, ci si è chiesto in tanti, la nostra coscienza, la nostra consapevolezza, il nostro Sé, a spostarsi in un corpo di luce, in un “diamante” di luce, se la luce non è in grado di mantenere una coerenza di forma? Ora la risposta è che la luce è in grado di legarsi ad una forma e a mantenere coerenza in quella forma.

Il diamante, il cristallo di luce, non è più una metafora, un simbolo, un’allegoria; è una realtà.

Possiamo dire che il Sé vive in un corpo di fotoni, così come l’Io vive in un corpo materiale.

Ecco allora che l’arrivo e la partenza dall’esistenza terrena non è più considerabile come un venire dal nulla e tornare nel nulla, ma un cambio di sostanza: dalla sostanza corporea alla sostanza di luce.

Il Sè, suggerisce M.L.von Franz, si cala nella materia per sperimentare l’Io, si annega nel mare dell’inconscio, sperimenta la complessità della materia (piacere, dolore, felicità, angoscia, paura, ecc.), aumenta la propria conoscenza attraverso l’esperienza.

Possiamo vivere a lungo senza mai porci domande, scivolando sulla vita, oppure fare di ogni esperienza un’occasione di conoscenza, ponendoci, mentre percorriamo la via, lunga o breve che sia, dell’esistenza terrena, la domanda: “Chi sono io?”.

Alla domanda la risposta è nel processo di individuazione, nel riconoscere chi veramente siamo. Il processo di individuazione, scrive M.L.von Franz, “consiste nel diventare sé stessi”. [iv]

Il processo di individuazione è sentire la voce del Sé, “voce centrale dell’inconscio”: voce difficilmente non ascoltabile, in quanto “la spinta all’individuazione, essendo lo stimolo più forte esistente nell’uomo, riesce sempre ad aprirsi la strada in ogni essere umano”. [v]

Chi sono io? Un essere terrestre, fatto di solo corpo materiale, dotato di mente razionale, di sentimenti, emozioni o sono anche altro: un essere di luce che può vivere in un corpo di luce?

Se la risposta del processo di individuazione è che sono un Io, ma anche un Sé ecco che la nascita, l’entrata nella vita terrena, è il trasferirsi del Sé nella materia (fermioni in una forma corporea umana) e la morte è il trasferirsi dal corpo materiale al corpo di luce, al diamante. A quel diamante che oggi, grazie alla scienza, può esistere come sostanza di luce (fotoni) e mantenere una forma eternamente.

Quando siamo in questa terra il Sé convive con l’Io e l’Io, se ascolta la voce centrale dell’inconscio, convive coscientemente con il Sé.

Questa convivenza cosciente è sorridere alla vita.

Nel pensare queste idee che mi frullavano nella mente, ricordavo quanto aveva affermato il sacerdote al funerale del giovane Mattia.

Dopo aver preso spunto da un passo biblico sulla profezia, il celebrante disse: “La profezia di Mattia è in questa frase: «Scegliete sempre chi per farvi sorridere farebbe l’impossibile»”.

Non ha importanza quanto vivi, ma quanto riesci a dare un senso alla tua vita, per contribuire a dare senso alla vita.

Sorridere è comunicare: “So chi sono. So chi sei”.

Sorridere crea risonanza animica.

Pensiamo al sorriso come espressione di un Io abbracciato al suo Sé.

Infine, quella frase che frullava nella testa: ”Non c’è mestizia dove c’è amore”, ha avuto anche un risvolto concreto di amorevole solidarietà con la donazione del ricavato del concerto all’Associazione Ginetta Ferraguti per la ricerca sul glioblastoma che finanzia borse di studio a giovani ricercatori al fine di combattere un male ancora oggi, purtroppo, non eliminabile e donare speranza a chi ne soffre e a chi è accanto a chi ne soffre.


[i] M.L.von Franz, Il filo di paglia, il tizzone e il fagiolo, Moretti e Vitali

[ii] M.L.von Franz, Il filo di paglia, il tizzone e il fagiolo, Moretti e Vitali

[iii] M.L.von Franz, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri

[iv] M.L.von Franz, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri

[v] M.L.von Franz, L’individuazione nella fiaba, Bollati Boringhieri