2025, ASSEGNATA A BRESCIA LA BORSA DI STUDIO

da | Apr 5, 2026 | Attività, Premi SINch

TROVARE IL SEGRETO DELLA MAESTRIA IN UN CONGRESSO DI CHIRURGIA

di Silvano Danesi

Seduto nella platea del Teatro Sociale di Brescia per assistere all’inaugurazione del 47° congresso di Sinch, Società italiana della neurochirurgia, dove si è svolta, tra le molte altre cose, la consegna della borsa di studio intitolata a Ginetta Ferraguti alla dottorezza Erica Grasso, mi ero predisposto a sentire delle dotte prolusioni scientifiche, annunci di traguardi raggiunti dalla ricerca, ma non, e con mia piacevole sorpresa, una lezione di alto valore etico come quella del professor Marco Fontanella, primario di neurochirurgia agli Spedali Civili di Brescia e ordinario della materia presso l’ateneo bresciano.

Perché etica? Perché il greco êthos, che inizialmente significava dimora, luogo da vivere, si è poi evoluto nel senso di disposizione, carattere, indole, costume.

Essere etici è un modo di vivere un luogo ed è anche una disposizione, un’indole, un carattere.

Il professor Fontanella, nel suo dire, ha mostrato, con esempi lontani e recenti, come si possa essere maestri nella vita e nella professione e cosa significhi essere etici fino ad esercitare la compassione nei confronti dei pazienti, giungendo a piangere per loro: esercitare la cum-passio, essere compassionevoli.

Nell’arido deserto abitato dalla tecnica, il professor Fontanella ha introdotto, con le vibrazioni del cuore, l’etica, che non è lo stare all’interno di norme più o meno elevate, ma l’abitare sé stessi, essendo coerenti con la propria disposizione che, nel caso specifico, si declina nell’essere medici, ossia coloro che curano e che hanno cura.

L’essere medici non è solo un mestiere, ma l’accondiscendere al proprio êthos, che contiene il proprio telos, il proprio fine: essere coloro che curano un paziente, il quale è anzitutto un essere-umano, ossia un’entità essenziale che vive in un corpo biologico (humus).

L êthos si è fatto sentire anche con la premiazione della dottoressa Erica Grasso, indotta, direbbe Hillman, dal suo daimon, ad ascoltare il messaggio proveniente da una dura prova della vita, la morte del padre a causa di un glioblastoma, a volgere il dolore in volontà.

Il professor Fontanella, la cui prolusione ho seguito con l’attenzione che merita un Maestro, ha proposto agli astanti una frase desunta dalla Prospettiva Nevsky di Franco Battiato (https://www.youtube.com/watch?v=zWViOtrFcrs): “… e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”.

Alba, luce, inizio, vita. Imbrunire, declino morte.

Esiste la morte?

Nel trovare l’alba dentro l’imbrunire c’è il grande segreto della maestria (volgere lo sguardo noetico verso la luce) e c’è anche la prospettiva coscienziale che la morte del corpo biologico non è la fine dell’essere (sostantivo), ma solo dell’umano (predicato).

Nel trovare l’alba dentro l’imbrunire c’è la coscienza della sopravvivenza alla morte fisica, che è pharmakon per la sofferenza di chi deve lasciare la vita biologica e di chi deve gestire il distacco.

Nel trovare l’alba dentro l’imbrunire c’è la coscienza del limite della techné e della scienza, che è un processo in divenire, che cura, ma non consente all’umano (humus) di conseguire l’eternità che è propria dell’essere.

Nel trovare l’alba dentro l’imbrunire c’è la cura dal materialismo nichilista che riduce la nostra esperienza terrena alle sole esigenze del corpo biologico, dimenticando che anche nel suo imbrunire splende l’alba dell’anima che guarda allo spirito.

Il Maestro ci insegna a gettare uno sguardo noetico.

La conoscenza così intesa non è solo razionale (lógos), ma anche intuitiva, noetica, e “Teofrasto – scrive Colli – ci dice che per Parmenide l’anima e il noûs, sono la stessa cosa” e, commenta sempre Colli, termini come noeîn, nóos, phroneîn, nei Presocratici significano “conoscenza intuitiva”. [i]

“Il noûs – scrive Angelo Tonelli – è la dimensione del profondo che ci mette in contatto con la verità, e conduce «occhio» esso stesso, gli «occhi dell’anima» a «ottenere il nutrimento che le è proprio», che è la «contemplazione delle realtà che veramente sono»”. [ii]

Il noûs, il Sè profondo o superiore, è il vero centro della personalità che sconfina nel cosmo, per assimilazione (homoíosis) con l’Origine.

Nel frammento 82 Giamblico (Vita di Pitagora XXXII 228) scrive: “Il più grande incitamento alla fortezza consiste nel porsi dinnanzi a sé lo scopo supremo, ovvero di proteggere e liberare il noûs che fin dall’infanzia è in preda a tanti ostacoli e vincoli: senza il noûs nessuno può apprendere o intuire alcunché di sano e di vero, a prescindere di quali intensità di percezione sia dotato. Secondo i Pitagorici, il noûs «tutto vede e tutto ode, tutto il resto è cieco e sordo»”.

Vedere l’alba nell’imbrunire è anche cura per chi se ne va lungo il fiume del divenire, ma lascia il suo ricordo impresso nell’anima, che rimane e ricorda.

Ce lo racconta la leggenda del “Cavalier Miosotys”, una storia romantica e tragica spesso associata al folklore tedesco e al fiore del nontiscordardimé (in tedesco Vergissmeinnicht). La versione più nota è legata al fiume Danubio e narra di un cavaliere e della sua amata. Secondo la leggenda, un cavaliere in armatura camminava con la sua dama lungo la riva di un fiume. La donna vide un bel fiore azzurro, il miosotys (nontiscordardimé), che galleggiava sull’acqua vicino alla riva. Desiderosa di averlo, chiese al cavaliere di raccoglierlo. Il cavaliere, spinto dall’amore e dal desiderio di compiacere la sua amata, si avventurò nell’acqua nonostante la pesante armatura. Riuscì a prendere il fiore, ma il peso dell’armatura e la corrente del fiume lo trascinarono sotto. Prima di annegare, il cavaliere lanciò il fiore verso la sua amata, gridando “Vergiss mein nicht!” (“Non dimenticarmi!”). Da allora, il fiore divenne simbolo di amore eterno e ricordo.

Vedere l’alba oltre l’imbrunire è sapere che quando siamo di fronte alla morte del corpo biologico, questa non è la fine.


[i] Giorgio Colli, Filosofi sovrumani, Adelphi

[ii] Angelo Tonelli, Pitagora maestro segreto, Feltrinelli